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Tecnologie dell’attenzione (3): bias esplorativo

L’attenzione è uno dei processi cognitivi di ordine superiore. Nel cervello, questa consente la selezione di segnali neurali privilegiati potenziandone l’intensità tramite il feedback neurale, diminuendo quindi l’intensità relativa di altro segnale neurale in competizione. È l’attenzione, ad esempio, che consente a chi scrive di concentrarsi sull’argomento trattato mentre i vicini di casa discutono ad alta voce; i suoi pensieri sono come evidenziati (si veda la oggi controversa metafora della spotlight), a discapito delle conversazioni dei vicini.
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L’attenzione è uno dei processi cognitivi di ordine superiore. Nel cervello, questa consente la selezione di segnali neurali privilegiati potenziandone l’intensità tramite il feedback neurale, diminuendo quindi l’intensità relativa di altro segnale neurale in competizione. È l’attenzione, ad esempio, che consente a chi scrive di concentrarsi sull’argomento trattato mentre i vicini di casa discutono ad alta voce; i suoi pensieri sono come evidenziati (si veda la oggi controversa metafora della spotlight), a discapito delle conversazioni dei vicini.
L’attenzione è stata descritta in vari modi, da diverse tradizioni teoriche, e diversi tipi più specifici ne sono stati circoscritti, ai nostri scopi una distinzione fondamentale è quella fra attenzione top-down e bottom-up. Questo modello ricalca una distinzione molto più antica tra attenzione volontaria e involontaria. La distinzione, vale a dire, tra allocare l’attenzione volontariamente per perseguire uno scopo o un interesse— come per l’autore scrivere questo articolo— e vederla invece occupata da uno stimolo distraente— come la discussione dei vicini.

La differenza tra attenzione volontaria e involontaria è misurata nel comportamento osservato impiegando indizi (cues) endogeni o esogeni. Laddove gli indizi endogeni sono di natura simbolica e direzionano l’attenzione verso un bersaglio (e.g. una freccia che indica una posizione), gli indizi esogeni sono stimoli salienti e dirigono l’attenzione verso il target (e.g. un rapido flash di luce). Questo tipo di paradigma sperimentale ha consentito ai ricercatori di indagare questa differenza e differenziare alcuni networks cerebrali responsabili per l’attenzione top-down, associata agli indizi endogeni, da altri preposti invece all’attenzione bottom-up, associata agli indizi esogeni.

La ricerca ha mostrato inoltre che questi network separati partecipano di un più ampio sistema di attenzione integrata e funzioni esecutive (si vedano i lavori storici di Posner et alia). Questo può essere immaginato come un sistema di distribuzione di risorse; l’attenzione top-down predilige i propri scopi, l’attenzione bottom-up predilige gli stimoli salienti. L’attenzione top-down è la chiave per il controllo mentale e l’autonomia; se vogliamo, la capacità di agire concordemente con i propri valori e interessi. Mentre l’attenzione bottom-up viene reclutata dagli stimoli salienti, l’attenzione top-down ha luogo quando il task in atto viene mantenuto nonostante questi stimoli. La presenza mentale e l’autonomia si basano su questa capacità di esercitare controllo sulle risorse mentali, ed è proprio questo che molti pensano sia messo a rischio dalle tecnologie digitali audiovisive.
Nel Fedro, Socrate avverte di quanto la scrittura possa ridurre la capacità delle persone di memorizzare l’informazione. Paradossalmente, conosciamo il punto di vista di Socrate solamente grazie al fatto che uno dei suoi studenti, Platone, non era d’accordo con lui. I discorsi su rischi e meriti delle nuove tecnologie risalgono quindi almeno all’invenzione della scrittura (Puchner, 2017). Oggi, nessuno dubiterebbe dell’importanza della lettura e della scrittura, del loro ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’individuo e per il progresso sociale. Eppure, proprio come Socrate si preoccupava del potenziale deskilling cognitivo associato alla scrittura, molti oggi si preoccupano dell’impatto delle tecnologie digitali sull’attenzione e sullo sviluppo cognitivo.

Le tecnologie recenti sono in costante dialogo con l’attenzione. Sono concepite per manipolarla, catturarla inconsciamente e ingaggiarla; esibiscono interattività per intervalli di tempo molto brevi, stimolando il senso di novelty, e sono adattive, nel senso che possono agilmente riconfigurarsi in base a ciò che apprendono da noi. Questi fatti possono preoccupare in relazione al link già discusso tra attenzione e autonomia menzionato prima; sembra fondato il timore che le logiche algoritmiche dei social media e i loro intermittent variable rewards (tecnica di design collaudata nelle slot machines) possano disturbare la nostra capacità di dare forma alle nostre vite, rendendoci meno capaci di concentrarci su obiettivi deliberati e più sensibili alle gratificazioni immediate.

Una review del 2017 (Wilmer, Sherman, Chein, 2017) mostra prove convergenti che le tecnologie digitali danneggiano l’attenzione nel breve termine, ma le prove che questi effetti si riscontrino anche nel lungo termine sono limitate e non conclusive.
Nonostante ciò, gli autori affermano che l’impatto a lungo termine delle tecnologie sull’attenzione può essere riscontrato nella ricerca sulla dipendenza da tecnologie digitali. Se anche questi casi estremi di effetto a lungo termine sono limitati a una porzione della popolazione, per gli autori è ragionevole supporre che questo impatto possa essere condiviso dalla popolazione generale, anche se con grado e intensità inferiore.

Sappiamo inoltre che cambiamenti al cervello e al comportamento nel breve termine possono tradursi nel lungo termine in cambiamenti plastici delle configurazioni neurali ed è quindi ragionevole presumere che anche gli effetti short-term delle tecnologie già riscontrati dai ricercatori saranno identificati almeno in parte come cause a cui imputare differenze nel cervello (e nel comportamento) di chi fa uso di queste tecnologie.

Come abbiamo anticipato, queste differenze sembrano riguardare l’accresciuta recettività nei confronti degli stimoli distraenti e la compromessa capacità di sostenere l’attenzione verso un obiettivo o un interesse presente ignorando le distrazioni.
Per quanto riguarda il primo di questi effetti, abbiamo visto come le più recenti tecnologie digitali possano facilmente reclutare l’attenzione bottom-up; sfruttando comunemente il feedback sociale, uno dei nostri più grandi motivatori, come salienza artificiale.
Il secondo effetto avviene invece quando le tecnologie inclinano l’equilibrio dei sistemi attentivi dell’utente per favorire l’attenzione bottom-up a quella top-down nel lungo termine. Alcuni autori (Bermùdez, 2017) chiamano questo effetto exploration bias, per la natura funzionalmente esplorativa dell’attenzione bottom-up. Bermùdez descrive come le recenti tecnologie ci spingano a favorire quest’ultima: “Internet ci consente di processare più informazioni, ma simultaneamente diffonde la nostra attenzione molto più sottilmente per coprire un’area più ampia di contenuti […]”. Id est, offrendo una tale gamma di opzioni attraenti, queste tecnologie dirottano le nostre strategie attentive verso l’esplorazione.

Come già accennato, molti sono convinti che, nel tempo, queste strategie dell’attenzione a cui siamo spinti (per ora presenti a livello comportamentale), si consolideranno in patterns neurali dominanti.

Fonti & Approfondimenti:
M. Posner and S. Petersen, 1990, “The attention system of the human brain”, Annual review of Neuroscience.
D. Susser, B. Roessler, and H. Nissenbaum, 2019, “Technology, autonomy, and manipulation”, Internet Policy Review, vol. 8.
J. P. Bermúdez , 2017, Social media and self-control: The vices and virtues of attention
Your Attention Didn’t Collapse, It Was Stolen, The Guardian.

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