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In primo piano - Novembre 2023

Dialogo tra scienza e contemplazione: esplorare territori condivisi

Con l’ambizione di restituire un modello globale della realtà — che ne compassi domini oggettivi e soggettivi — prende forma l’opportunità di studiare i fenomeni della mente non soltanto indirettamente, tramite correlati neurali e manifestazioni comportamentali, ma dall’esperienza in prima persona. Rivolgersi a questo tipo di indagine richiede necessariamente un confronto con le tradizioni contemplative e i loro ricchissimi compendi di conoscenza.

È quasi un truismo affermare che le evidenze a cui possiamo attingere circa i fenomeni soggettivi non possano mai essere oggettive. Escludendo la telepatia, la coscienza rimane un fenomeno irriducibilmente first-person (Searle, 1992); non disponiamo di strumenti oggettivi per accedere all’esperienza altrui (ad esempio misurare il dolore, la paura o la felicità dell’altro) che, pertanto, ci può essere trasmessa, solo attraverso un resoconto soggettivo.

Anche se il nostro resoconto dei fenomeni soggettivi non può essere oggettivo, può comunque essere empirico e addurre conoscenza, ed è precisamente sulla base di questo presupposto che si snodano molte tradizioni di pensiero introspettivo (da Aristotele e Mengzi nel terzo secolo a.C. fino al progetto moderno dello studio scientifico della mente con Descartes e Berkley). In occidente, è proprio con la nascita dei metodi introspettivi quantitativi a metà del XIX secolo che la psicologia scientifica trova il suo slancio iniziale. I primi psicologi scientifici come Helmholtz (1856-1962), Fechner (1860-1964) e Wundt (1869-1902) cercavano di rispondere a quesiti come: quanto tempo deve separare due stimoli affinché questi vengano esperiti individualmente? Qual è la soglia minima di intensità affinché uno stimolo venga percepito consciamente? Che relazione matematica intercorre tra intensità dello stimolo e sensazione risultante? (La legge di Weber-Fechner afferma appunto che questa relazione è logaritmica). Anche se fin dagli albori, gli psicologi hanno impiegato anche metodi non-introspettivi nel loro arsenale metodologico (e.g. prestazioni su prove di memoria o tempi di reazione), le caratterizzazioni iniziali di questo campo ne ponevano l’introspezione, crucialmente, al centro.
Anche se in seguito (con il comportamentismo e il primo cognitivismo) i metodi introspettivi hanno incontrato certe resistenze epistemologiche di stampo neo-positivistico, si può affermare che tali metodologie non siano mai state de facto abbandonate del tutto; Ericsson e Simon (1984-1993) hanno sostenuto l’impiego di protocolli think-aloud (pensare ad alta voce) e rapporti del trascorso immediato nello studio del problem solving; altri ricercatori hanno enfatizzato il ruolo dei metodi introspettivi nello studio dell’immaginario (Marks 1985; Kosslyn, Reisbert e Behrmann 2006) e delle emozioni (Lambie e Marcel 2002; Barrett et al. 2007); resoconti soggettivi o introspettivi hanno infine giocato un ruolo chiave nella ricerca sui correlati neurali della coscienza (Rees e Frith 2007; Prinz 2012; Koch et al. 2016; Varela 1996).

Negli ultimi decenni, il tema dell’introspezione e dei suoi strumenti euristici sta tornando insistentemente al centro dell’attenzione e del dibattito accademico (si veda ad esempio l’ascesa dei “consciousness studies”, Jack and Roepstorff, 2003, 2004) convergendo verso il rinnovato interesse delle scienze naturali per l’esperienza e il soggettivo. Parallelamente, in tutto il mondo, le tradizioni contemplative approcciano precisamente questa forma di osservazione introspettiva in un ventaglio di pratiche (e sistemi di pensiero associati) capaci di trasformare l’esperienza umana, indurre alterazioni nei processi cognitivi e, in modo decisivo, di restituire alla prospettiva in prima persona una voce nel discorso sulla coscienza e sulla comprensione del reale.

Immagine di copertina: dettaglio di May Picture, by Paul Klee, 1925 – The Public Domain Review

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Religioso e spirituale
Il Buddhismo naturalizzato per gli occidentali può incoraggiare una forma di cattiva coscienza: può dare l’impressione che adottando il Buddhismo limitatamente alle sue pratiche assunte come secolari, si possa essere spirituali senza essere religiosi, laddove senza rendersene conto si è spinti da forze tipicamente religiose.
Religioso e spirituale
In primo piano novembre 2023
Il Buddhismo naturalizzato per gli occidentali può incoraggiare una forma di cattiva coscienza: può dare l’impressione che adottando il Buddhismo limitatamente alle sue pratiche assunte come secolari, si possa essere spirituali senza essere religiosi, laddove senza rendersene conto si è spinti da forze tipicamente religiose.

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Il Buddhismo naturalizzato per gli occidentali può incoraggiare una forma di cattiva coscienza: può dare l’impressione che adottando il Buddhismo limitatamente alle sue pratiche assunte come secolari, si possa essere spirituali senza essere religiosi, laddove senza rendersene conto si è spinti da forze tipicamente religiose.
Amy Cohen Varela è presidente del consiglio di amministrazione di Mind & Life Europe ed è stata coinvolta in Mind & Life sin dal suo inizio.
Serme Khen Rinpoche Ghesce Tashi Tsering (nato nel 1958) è abate della Sera Mey Monastic University in India. Dal 1994 al 2018 è stato insegnante buddista tibetano residente al Jamyang Buddhist Center, Londra.
Il Dr. Davidson è professore di psicologia e psichiatria presso l’Università del Wisconsin-Madison e fondatore e direttore del Center for Healthy Minds. È celebre per il suo lavoro rivoluzionario che studia le emozioni e il cervello.
Angelo Gemignani è medico, psichiatra e dottore in psicologia, professore ordinario di neuroscienze all’Università di Pisa, Direttore del Dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica e Molecolare e Medicina Critica; Direttore del Master in Neuroscienze, Mindfulness e Pratiche Contemplative; Direttore della sede di Psicologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana.
Ora che i Buddhismi si trovano a confrontarsi con le neuroscienze cognitive e con le altre scienze della natura, nel tentativo di edificare o espandere un edificio di studio della mente e dell’esperienza, sembra vitale sostenere l’indipendenza e la legittimità del pensiero tradizionale buddhista mantenendo distanza e consapevolezza nei confronti del prestigio che l’apparato scientifico detiene nella società occidentale.
A partire dal XIX secolo, il Buddhismo è stato chiamato a rispondere a sfide e opportunità trasversali alle strutture religiose e culturali che lo caratterizzavano nel periodo premoderno.