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Proteggere il nucleo spirituale del Buddhismo

Ora che i Buddhismi si trovano a confrontarsi con le neuroscienze cognitive e con le altre scienze della natura, nel tentativo di edificare o espandere un edificio di studio della mente e dell’esperienza, sembra vitale sostenere l’indipendenza e la legittimità del pensiero tradizionale buddhista mantenendo distanza e consapevolezza nei confronti del prestigio che l’apparato scientifico detiene nella società occidentale.
detail from Several Circles (1926); Wassily Kandinsky - artvee.com

di Carlo Carnevale
Ora che i Buddhismi si trovano a confrontarsi con le neuroscienze cognitive e con le altre scienze della natura, nel tentativo di edificare o espandere un edificio di studio della mente e dell’esperienza, sembra vitale sostenere l’indipendenza e la legittimità del pensiero tradizionale buddhista mantenendo distanza e consapevolezza nei confronti del prestigio che l’apparato scientifico detiene nella società occidentale.

Perché questo dialogo sia fecondo è necessario porsi in modo critico anche nei confronti dell’ontologia realista e materialista del pensiero occidentale, della sua teoria della conoscenza, senza pensare di dover legittimare una tradizione complessa e autonoma come quella buddhista.

Possiamo o dobbiamo immunizzarci da quella che Bernard Faure descrive come “a sort of impersonal flavorless or odorless spirituality”?
Sarà quanto meno necessario evitare semplificazioni brutali: affermare che studi scientifici verificano idee buddhiste tradizionali come l’assenza del sé (anātman); immaginare correlati neurali per l’illuminazione; celebrare cambiamenti morfo-fisiologici della Mindfulness Meditation (MM) sul cervello.

Queste idee non sono scorrette; sono confuse. Il sé non è semplicemente un’illusione generata dal cervello; la scienza occidentale lo comprende anche come un costrutto biologico e sociale.

Qualunque cosa si faccia cambia funzionalmente il proprio cervello; le prove che la MM porti univocamente a cambiamenti benefici nel cervello sono ancora provvisorie, anche se promettenti e meritano di essere esplorate da prospettive multiple. Occorre analizzare la MM anche come pratica sociale, i cui aspetti positivi o negativi dipendono da fattori contestuali al di là del cervello; da questa angolazione è anche possibile rendere conto della commodificazione della MM.

Per quanto riguarda l’illuminazione, questa non può essere uno stato singolare con un determinato corrispettivo neurale univoco; si tratta di un concetto ambiguo, sfaccettato, i cui significati spesso diversi e incompatibili dipendono dalla tradizione religiosa e filosofica da cui emergono. Questi significati non sono ambigui perché confusi o vaporosi, ma sono depositari di una ricchezza che abbiamo oggi la responsabilità di avvicinare oltre, senza pregiudizi.

Fonti & Approfondimenti:
James William Coleman, 2002, “The new buddhism: the western transformation of an ancient tradition”.
A. Alpert, 2012, Reincarnation Now, Aeon.
How the things you do change your brain, Australian Academy of Science.
M. Karjalainen et alia, 2019, “Scientization, instrumentalization, and commodification of mindfulness in a professional services firm”, Science.

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