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In primo piano - Febbraio 2024

Come avviene la percezione: apparenza o realtà?

Il processo di apprendere il mondo si configura come una continua costruzione di apparenze che costituiscono le etichette che noi applichiamo agli aggregati esterni con cui veniamo in contatto: quella è la nostra Realtà. È un trucco che l’evoluzione ha escogitato e che ha condizionato la selezione naturale rivelandosi indispensabile per renderci adatti a vivere nel mondo. La rappresentazione ordinaria che abbiamo del mondo è fatta di queste apparenze reificate attraverso un’etichetta alla quale finiamo per attribuire erroneamente un’esistenza intrinseca che non possiede.

di Bruno Neri e Maria Vaghi

Il vescovo e filosofo George Berkeley condensava la sua visione del Mondo in un aforisma: Esse est percipi (esistere vuol dire essere percepiti). Ovvero: è solo l’ingresso nell’universo cognitivo di un essere cosciente, che avviene attraverso la percezione, che può conferire realtà agli oggetti. In effetti, se tentassimo di dare una definizione di cosa è Reale ci troveremmo, inaspettatamente, in un circolo vizioso dal quale la sola via di uscita consiste nell’appoggiarsi sull’unica cosa di cui possiamo essere certi: l’essere dimora di esperienza. Allora potremmo rispondere, parafrasando Berkeley, “È Reale ciò che appare alla mia mente”. Ed ecco che apparenza e Realtà, termini che spesso vengono considerati (anche nel nostro titolo) antitetici, finiscono sorprendentemente per convergere.

Ora, il processo attraverso il quale apprendiamo il mondo è costituito da due passi: il primo è la sensazione, ovvero la consapevolezza di aver ricevuto uno stimolo sensoriale (un’immagine, un suono, un contatto fisico, la sollecitazione delle nostre papille gustative o dell’olfatto); il secondo è la percezione, ovvero il processo automatico di elaborazione mentale attraverso il quale lo stimolo ricevuto viene riconosciuto e catalogato ed è pronto per essere archiviato con la giusta etichetta applicata sopra. Quando lo ricercheremo nella nostra memoria o cercheremo di riconoscerlo nella nostra esperienza, lo faremo utilizzando l’etichetta e non riesumando, come, ad esempio nel caso di un’immagine, le migliaia o milioni di dettagli (pixel per usare un termine mutuato dal mondo digitale), che la costituiscono e che, da soli, non hanno significato alcuno. Sarebbe impossibile. Ed è così che quell’aggregato di pixel, che è l’unica cosa che in origine esiste, si trasforma, ma solo nella nostra mente, in una immagine compiuta e pregna di significato. Visto in questo modo il processo di apprendere il mondo si configura come una continua costruzione di apparenze che costituiscono le etichette che noi applichiamo agli aggregati esterni con cui veniamo in contatto: quella è la nostra Realtà. È un trucco che l’evoluzione ha escogitato e che ha condizionato la selezione naturale rivelandosi indispensabile per renderci adatti a vivere nel mondo. La rappresentazione ordinaria che abbiamo del mondo è fatta di queste apparenze reificate attraverso un’etichetta alla quale finiamo per attribuire erroneamente un’esistenza intrinseca che non possiede.

Il concetto di due livelli di Realtà, una ordinaria e una che potremmo definire sottile, oppure ultima, è presente in visioni del mondo a prima vista molto diverse che su questo aspetto sembrano, invece, convergere in maniera sorprendente. La troviamo nella Meccanica Quantistica che offre la descrizione di una realtà sottile (microscopica), soggiacente a quella ordinaria (macroscopica), governata da leggi che porterebbero a risultati paradossali se applicate al mondo macroscopico. La troviamo nelle tradizioni orientali, in particolar modo nel Buddhismo dove, per poter agire nel mondo, pur riconoscendo l’imprescindibilità di una descrizione grossolana della Realtà -fatta di costrutti della mente ed etichette- riconosce allo stesso tempo l’esistenza di una soggiacente Realtà ultima.

Per accedere a questa Realtà è indispensabile realizzare la vacuità, ovvero il riconoscimento intimo dell’assenza di esistenza intrinseca di tutte le cose, le quali esistono solo in quanto designazioni della nostra mente.

Una ricomposizione invece di questa dualità la troviamo nella visione della corrente filosofica della Fenomenologia, per la quale il problema della Realtà in sé non esiste in quanto l’esperienza è l’unica cosa della quale possiamo affermare l’esistenza e non ha nemmeno senso porsi la domanda se esista qualcosa che non sia in qualche modo accessibile all’esperienza stessa. Su una posizione diametralmente opposta invece, che svaluta totalmente ogni forma di soggettività, si colloca la visione della Fisica classica la quale non ammette dubbi sul fatto che solo le entità dotate di massa e/o estensione e/o energia, quindi oggettivamente misurabili, esistono realmente. Il modo in cui esse esistono inoltre è indipendente dall’osservatore e dalle modalità di osservazione. Una visione in contrapposizione anche con quella della Meccanica Quantistica.

Posizioni molto diverse che possono mettere in crisi la fiducia nelle nostre capacità di distinguere il vero dal falso o di aderire a questa o quella visione in maniera consapevole e matura. In effetti il problema davanti al quale ci troviamo è molto più complesso di quanto non si possa immaginare fintanto che non ci si è confrontati con esso e, come tutte le cose complicate, offre immagini di sé molto diverse a seconda del punto di vista dal quale lo si inquadra: è da questo che dipende l’apparente inconciliabilità delle posizioni.

È dunque con grande piacere che proponiamo al lettore questo approfondimento In Primo Piano dal titolo Come avviene la percezione: apparenza o realtà? al quale hanno dato il loro contributo molti importanti protagonisti del mondo della scienza e delle pratiche contemplative.

A introdurre il tema della percezione in modo accessibile per tutti l’interessante articolo di Claudio Colaiacomo Tra reificazione e nichilismo – la via di mezzo che ha tratto ispirazione dai lavori del Professor Jay Garfield sul tema centrale della via di Mezzo, il quale ha capacità di esprimere in maniera nitida concetti filosoficamente complessi in un linguaggio secolare e familiare al lettore occidentale.

Lo scienziato Donald Hoffman poi, anch’egli in modo accessibile, ci fa avvicinare alle sue complesse teorie proponendoci di vedere la percezione non come una finestra sulla realtà quanto più verosimilmente come un’interfaccia sullo schermo di un computer, dove lo spazio-tempo è il desktop, e gli oggetti fisici icone sul desktop. Nel video proposto esemplifica quanto sia vivace la nostra attitudine nel “costruire” realtà che non esistono.

Enrico Facco, specialista in anestesiologia, riprende la teoria dei tre mondi, introdotta da Popper ed Eccles negli anni ’80 del secolo scorso, e in particolare la sua recente versione neurofenomenologica dove il Mondo 1 è quello della realtà fisica; il Mondo 2 è costituito da cervello, organi di senso e processi di codificazione cerebrale (che concorrono alla raccolta di informazioni e alla loro trasformazione in immagini mentali); il Mondo 3, costituito dalla coscienza e dall’inconscio che lui ama chiamare: la stanza degli specchi, perché riflette la realtà senza esserlo. Grazie alla sua grande esperienza professionale amplia la trattazione accennando anche agli stati non ordinari di coscienza.

Segue il contributo di Michel Bitbol che, con grande maestria, traccia una panoramica ampia nel tempo e nello spazio a evidenziare quanto il tema impegni da millenni la riflessione umana dal punto di vista scientifico/filosofico, sia occidentale che orientale. Bitbol parte proprio da un interrogativo provocatorio: possiamo imparare a vedere l’apparenza come realtà? L’intenzione è di mostrare l’importanza della fenomenologia che ha come scopo studiare l’apparire, per evidenziare il modo in cui da esso si genera la nostra fede nella realtà degli oggetti esterni. Il secondo aspetto su cui vuole richiamare l’attenzione riguarda il fatto che la metafisica e la scienza occidentale hanno concepito la differenza tra realtà e apparenza in modo opposto rispetto al Buddhismo.

E proprio dall’ambito buddhista abbiamo due contributi di grande spessore offerti dal Ven. Geshe Dorji Damdul dal titolo: La percezione nella psicologia buddhista di Nalanda, e dal Ven. Olivier Rossi che con il suo articolo: Apparenza e realtà: dicotomia tra il modo di apparire e il modo di esistere si addentra nelle differenze tra le quattro scuole della filosofia buddhista: Vaibashika, Sautantrika, Cittamatra e Madhyamika.

Immagine di copertina: Cubist village Georges Gaudion (French, 1885-1942) artvee.com

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Gli esseri umani hanno la caratteristica di vedere la realtà come esistente là fuori, come se avesse un’esistenza intrinseca. È semplicemente così che appare alla nostra coscienza. Per rendersi conto che non è così è necessario un minuzioso lavoro di analisi filosofica.
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La percezione non è una finestra sulla realtà, ma più verosimilmente è assimilabile a un’interfaccia sullo schermo di un computer. Lo spazio-tempo non è il palco preesistente sopra il quale si inscena lo spettacolo teatrale della vita. È semplicemente un tipo di formato di dati manipolato dalla nostra specie. Gli oggetti nello spazio-tempo, inclusi i neuroni e il cervello, non esistono quando non vengono percepiti.
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Le apparenze nascondono ai nostri occhi la realtà? Oppure la nostra idea preconcetta di ciò che è reale ci impedisce di vedere la realtà dell’apparenza? Vorrei volgere l’attenzione verso due aspetti. Il primo è mostrare l’importanza della fenomenologia che ha come scopo studiare l’apparire, per evidenziare il modo in cui da esso si genera la nostra credenza nella realtà degli oggetti esterni. Il secondo è perché il senso in cui la metafisica e la scienza occidentale hanno visto la differenza tra realtà e apparenza è esattamente opposta a quella buddhista.
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Il Buddha indicò che la mente è la capostipite riguardo a tutte le nostre emozioni e azioni, e se guidata dall’ignoranza, porta a tutte le miserie. Insegnò i dodici legami dell’origine dipendente, relativi all’evoluzione di tre tipi di miserie nell’esistenza samsarica, tutte derivanti dall’ignoranza. La forza contraria a questa ignoranza è ciò che il Buddha identificò come saggezza, per rimuovere il velo dell’ignoranza che oscura la visione della realtà.