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In primo piano gennaio 2024

“La mente secondo il Buddhismo”, di Alexander Berzin

Comprendere le componenti che costituiscono un momento della nostra esperienza soggettiva ci consente di destrutturare quel momento. Tali metodi di destrutturazione ci aiutano anche a capire cosa stanno vivendo gli altri e a interagire con loro in modo compassionevole.
Sunrise, Northport Harbor (1929)

Gli Argomenti
Esiste davvero qualcosa chiamato “coscienza” o, per usare un termine più ampio, “mente”? Questa è diventata una domanda importante alla luce dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Un computer con intelligenza artificiale ha una mente? Se ha davvero una sua mente, qual è la differenza tra noi e un computer del genere? E se un computer con intelligenza artificiale ha coscienza e mente e sono riducibili a una proprietà emergente della materia, significa che è lo stesso per noi?

Per esplorare questo problema, la prima domanda è se esiste o meno qualcosa chiamato mente, e se ne abbiamo una noi stessi. Be’, c’è la parola “mente” che tutti conosciamo e usiamo, e le parole hanno significato. Quindi, “mente” deve riferirsi a qualcosa, anche se per alcuni potrebbe non essere così ben definito. Ora, nessuno direbbe di poter trovare dentro il proprio cervello una cosa chiamata “mente”, né materiale, né immateriale. Ma ciò significa che la parola “mente” si riferisce a qualcosa di immaginario, come un unicorno? D’altra parte, nessuno direbbe di non avere una mente o dei sentimenti. La parola “mente” non può riferirsi a niente.

Un indicatore che esiste qualcosa chiamato mente è che mente e corpo si influenzano reciprocamente. Se siamo attenti e prestiamo attenzione, siamo in grado di svolgere con successo compiti fisici; se portiamo a termine compiti fisici con successo, ci sentiamo felici e soddisfatti. Anche se affermiamo che lo stato di vigilanza è una funzione del cervello che funziona efficientemente, comunque il funzionamento efficiente del cervello è qualcosa di oggettivo, mentre la sensazione di vigilanza è qualcosa di soggettivo. Nessuna delle due si verifica da sola, indipendentemente, né sono identiche. Le due sono fenomeni individuali e interdipendenti. In un certo senso, sono due modi di descrivere lo stesso evento da punti di vista armonici, ma diversi.

 

La mente come attività mentale descritta dal punto di vista dell’individuo, dell’esperienza soggettiva di qualcosa
Cosa intendiamo esattamente per “mente” nel Buddhismo, allora? Può generarsi una certa confusione perché le parole che ciascuna delle nostre lingue usa per tradurre “mente” comprendono cose leggermente diverse. In francese o tedesco, ad esempio, esprit e Geist non solo comprendono ciò che in inglese e in italiano si chiama mente, ma includono anche lo spirito. Infatti, la parola tedesca è utilizzata anche per fantasma! Quindi, per evitare malintesi, dobbiamo guardare a cosa comprende la parola sanscrita per mente, citta.

Innanzitutto, la maggior parte delle lingue occidentali distingue tra mente e cuore. “Mente” implica il lato intellettuale, razionale, e “cuore” si occupa del lato emotivo e intuitivo, e forse anche del lato irrazionale. Ma non c’è questa divisione nella lingua sanscrita: c’è solo una parola che copre entrambi. Non solo “mente” include entrambi, ma “mente” abbraccia anche tutti gli aspetti della percezione sensoriale e tutti gli altri modi di conoscere qualcosa, come l’inferenza, la presunzione e così via. Tutti questi fanno parte di ciò che si intende per “mente”.

Ancora più radicalmente diverso è che, nel contesto buddhista, “mente” non si riferisce a qualche tipo di “cosa” che ha come sua funzione percepire, pensare o sentire. Piuttosto, “mente” si riferisce all’attività mentale dal punto di vista dell’individuo, dell’esperienza soggettiva di qualcosa. Ricordiamoci che quando diciamo “mentale” qui, intendiamo sia i sensi che il pensiero.

Non c’è effettivamente una “cosa” fisica o persino immateriale dentro le nostre teste a cui possiamo puntare e dire: “Questa è la mente”. Naturalmente, possiamo descrivere l’attività mentale, per la sua parte fisica, in termini di onde cerebrali e possiamo misurare l’attività elettrica del cervello. Il Buddhismo afferma qualcosa di simile. Parla dell’attività mentale come avente due facce inseparabili, come le due facce di una moneta: il lato esperienziale e il lato sottile dell’energia. Il Buddhismo concorda anche con la neuroscienza sul fatto che, per funzionare, l’attività mentale richiede la base fisica più grossolana delle cellule sensoriali vive degli occhi, delle orecchie, del naso, della lingua e del corpo, nonché dei canali del sistema nervoso. Inoltre, entrambi concordano sul fatto che l’attività mentale ha sempre un contenuto. Non si tratta solo di vedere o pensare, ma di vedere o pensare qualcosa.

Tuttavia, anche se l’attività mentale dipende dal cervello, dalle onde cerebrali, dalle cellule fotosensibili degli occhi e così via, dal sistema nervoso, dal contenuto, ecc., la “mente” nel Buddhismo non si riferisce a nessuna di esse o a tutte collettivamente. La mente nel Buddhismo è una componente aggiuntiva dell’attività mentale, la componente individuale, soggettiva, esperienziale. L’attività mentale può essere validamente descritta dal punto di vista di ciascuno di questi componenti.

Inoltre, l’attività mentale è qualcosa che si svolge momento per momento, senza interruzioni, che siamo svegli o addormentati, e persino quando siamo incoscienti. “Mente”, quindi, è un termine molto più ampio rispetto a “coscienza”. In ogni momento, la mente è una composizione di molte componenti sempre mutevoli, tutte collegate tra loro. Ad esempio, quando siamo svegli, ogni momento di attività mentale è composto da vedere, sentire o pensare qualcosa, un certo livello di comprensione di ciò che stiamo percependo o pensando, un certo livello di interesse, attenzione, e concentrazione su di esso, qualche emozione positiva o negativa provata verso di esso, qualche livello di felicità o infelicità mentre lo percepiamo o pensiamo, possibilmente un’intenzione e un desiderio di fare o dire qualcosa a o con esso, e così via.

Un ulteriore punto: come già menzionato, l’attività mentale è sia individuale che soggettiva. Non stiamo parlando di qualche tipo universale di mente, una coscienza universale, o qualcosa del genere. L’attività mentale di ognuno è individuale. Se sono felice, non significa che tu sia felice. Se ho fame, non significa che tu abbia fame. Se un gruppo di persone vede lo stesso film nello stesso momento, ognuna delle loro esperienze del film sarà piuttosto diversa. Alcuni lo troveranno piacevole; altri saranno annoiati e lo odieranno. Quindi, dobbiamo concludere che l’attività mentale è sia individuale che soggettiva, non qualcosa di collettivo.

 

Le Caratteristiche che definiscono la mente
Se vogliamo sapere più precisamente cosa sia l’attività mentale, in altre parole, cosa significa “sperimentare qualcosa individualmente e soggettivamente”, dobbiamo guardare alle caratteristiche che la definiscono. La definizione buddhista è data in tre parole, ciascuna delle quali è un modo di descrivere un momento di attività mentale da tre punti di vista diversi. Le tre parole vengono generalmente tradotte come “semplice” (che significa “solo”, “mero”), “chiarezza” e “consapevolezza”.

È cruciale capire cosa significano queste tre parole. In caso contrario, quando scienziati e buddhisti discutono di coscienza o mente, potrebbero ognuno pensare a qualcos’altro. Sarebbe come discutere di animali e una parte sta pensando a cuccioli e l’altra a dinosauri. Quindi, vediamo queste caratteristiche una per una.

Chiarezza
La chiarezza, come caratteristica dell’attività mentale, è un modo di descrivere ciò che fa l’attività mentale. Non si riferisce a quanto chiara o nitida sia la nostra mente, e certamente non parla di una sorta di luce nelle nostre teste che illumina le cose. Piuttosto, “chiarezza” si riferisce all’attività mentale di dare origine, all’apparizione mentale di qualcosa. Ha quindi a che fare con il contenuto dell’attività mentale. L’emergere di un’apparizione mentale è descritto in tibetano come simile al sorgere del sole.

Ciò che sorge con l’attività mentale è una rappresentazione mentale, come fosse un ologramma mentale di qualcosa che stiamo percependo, ad esempio una vista. Quando vediamo qualcosa, i fotoni colpiscono la nostra retina, vengono convertiti in impulsi elettrici e segnali chimici e ciò che sperimentiamo è l’emergere di un’immagine mentale, un po’ come un ologramma mentale appunto. Non c’è però una posizione di quell’ologramma. Non possiamo trovarlo se facciamo una risonanza magnetica o dissezioniamo il cervello, e non c’è un organo immateriale chiamato “mente” dove possiamo trovare questo ologramma. Sorge semplicemente, come il sole.

Gli ologrammi mentali non devono essere necessariamente visivi. Possono essere di qualsiasi oggetto sensoriale. Ad esempio, possono essere una rappresentazione mentale di un suono. Quando sentiamo qualcosa, le vibrazioni dell’aria colpiscono il timpano e, ancora una volta, vengono convertite in impulsi elettrici e segnali chimici. Di conseguenza, sperimentiamo un suono mentale. Anche se potremmo essere in grado di individuare le parti del cervello coinvolte nell’udito; tuttavia, non troviamo una rappresentazione fisica di un suono lì. Quando pensiamo verbalmente a qualcosa o ricordiamo o sogniamo qualcosa, anche queste comportano l’emergere di ologrammi mentali.

Consapevolezza
La seconda caratteristica che definisce la mente, “consapevolezza”, descrive esattamente la stessa attività mentale di “chiarezza”, ma da un punto di vista diverso. Ha a che fare con l’aspetto cognitivo dell’attività mentale. Viene spiegato in tibetano con la parola “impegno”. L’attività mentale “si impegna” cognitivamente con qualcosa. Ad esempio, c’è un oggetto, come un tavolo di fronte a noi, e il modo in cui la nostra attività mentale si impegna cognitivamente con esso è vedendolo. Come fa la nostra attività mentale a fare questo? Lo fa dando origine a un ologramma mentale del tavolo. In altre parole, c’è solo un’attività mentale, ma semplicemente descritta da due punti di vista: impegnarsi cognitivamente con qualcosa e dare origine a un ologramma mentale di quell’oggetto.

“Impegnarsi cognitivamente” con un oggetto è una composizione di molte parti. Non solo potrebbe essere vedere, sentire o pensare qualcosa, ma allo stesso tempo può anche essere sapere o non sapere cos’è quella cosa, capire o non capire ciò che qualcuno dice, e gradire o non gradire. Inoltre, potremmo anche provare felicità o infelicità come parte della nostra esperienza di qualcosa. Impegnarsi cognitivamente con qualcosa include persino provare qualche emozione verso di essa, positiva o negativa. Quindi “consapevolezza” non significa solo essere consapevole di qualche oggetto. Non prestare attenzione a qualcosa che qualcuno sta dicendo e anche provare inconsciamente ostilità verso la persona sono ancora impegni cognitivi.

È importante capire che impegnarsi cognitivamente con qualcosa e dare origine a un ologramma mentale di quell’oggetto sono solo descrizioni della stessa attività da due punti di vista. Pensaci: non è il caso che prima sorga un pensiero e poi lo pensiamo. La comparsa del pensiero e il pensare al pensiero sono descrizioni dello stesso evento cognitivo. Allo stesso modo, non è che prima sorge la rappresentazione mentale del suono di una frase e poi la sentiamo. La comparsa della rappresentazione mentale e l’ascolto descrivono la stessa attività.

Semplice (mero)
La terza caratteristica che definisce la mente implica che la comparsa e l’impegno sono tutto ciò che sta accadendo. Non c’è un “io” concreto e individuabile separato dall’attività mentale e che la fa accadere o che solo la osserva. E non c’è una “mente” concreta e individuabile, come una “cosa”, separata da tutto il procedimento, che compie l’attività. Non è che c’è un “io” seduto nelle nostre teste al pannello di controllo della macchina chiamata “mente” e preme i pulsanti in modo che ora apriamo le persiane degli occhi e guardiamo, e ora accendiamo il microfono delle orecchie e ascoltiamo. Non è così.

Questo non significa che non esistiamo, o che nessuno sta vedendo o pensando. Sono io che sto pensando, non tu. Ma quell’ “io” che sta pensando è solo un altro modo di descrivere l’attività mentale individuale e soggettiva. Proprio come dare origine a un ologramma mentale di qualcosa e impegnarsi cognitivamente con qualcosa non sono separati l’uno dall’altro né identici, lo stesso vale per il “me” impegnato con l’attività mentale. Il “me” non è separato né identico alla comparsa e all’impegnarsi, ma è solo un altro modo di descrivere la stessa attività mentale. È l’elemento individuale e soggettivo.

 

Il confronto tra un computer con intelligenza artificiale e una persona
La funzionalità di un computer con intelligenza artificiale ha le caratteristiche che definiscono la mente specificate nel Buddhismo? La domanda è interessante. Il computer riceve informazioni e le visualizza su un monitor. Elabora anche le informazioni e risponde a esse, ad esempio, eseguendo complesse computazioni e fornendo risposte a domande difficili. Inoltre, anche se potremmo dire che l’elaborazione comporta “prestare attenzione” e “concentrarsi” sui dati, tali caratteristiche sono costanti, non variabili come lo sono con una persona. L’elaborazione potrebbe persino fornire una simulazione di una risposta emotiva, ma allora dovremmo chiederci: “Il computer prova soggettivamente orgoglio e felicità, ad esempio nel risolvere un problema?”. “Si infastidisce quando gli chiediamo di fare qualcosa che ritiene troppo impegnativo?”. Questo solleva la questione di cosa significhi provare tali emozioni, il che pone ulteriormente la domanda: “È un computer del genere una persona?”.

Sua Santità il Dalai Lama ha dichiarato che se gli scienziati potessero programmare un computer in modo che fosse sufficientemente sofisticato da costituire la base fisica di un continuum mentale, è possibile che il continuum di un essere senziente potrebbe assumere tale corpo come sua base. Se tralasciamo la questione della rinascita, la dichiarazione di Sua Santità consente comunque a un computer con intelligenza artificiale di avere una mente. Ma quali sono le caratteristiche aggiuntive di definizione di una persona che il computer dovrebbe avere?

Quando parliamo di persone, non stiamo parlando di esseri onniscienti, che siano umani o meccanici. Parliamo di esseri individuali la cui attività mentale è limitata a causa di informazioni incomplete o inaccurate sulla causalità e sulla realtà, anche se il database a cui possono accedere è l’intero contenuto di Internet. La loro attività mentale è limitata anche a causa di malintesi che sviluppano credendo ingenuamente ad alcune delle informazioni a cui accedono, il che porta allo sviluppo di atteggiamenti illusi ed emozioni disturbanti. Tali individui agiscono quindi sulla base di tali atteggiamenti ed emozioni e, secondo il Buddhismo, la loro esperienza quotidiana degli eventi della loro vita, ovvero con livelli in continua evoluzione di infelicità o felicità breve e insoddisfacente, sono i risultati a lungo termine del loro comportamento. Il computer con intelligenza artificiale avrà un’esperienza soggettiva del genere? Potrebbe averla solo se diventasse la base fisica di una persona.

 

I benefici di comprendere cos’è la mente
Che ci sia o meno qualcosa come la mente e che un computer con intelligenza artificiale abbia o meno la coscienza non influisce sul focus del Buddhismo. Il focus del Buddhismo è fornire metodi efficaci per superare i nostri problemi nella vita e diventare migliori nell’aiutare gli altri a fare lo stesso. Tale focus è armonioso con gli obiettivi della scienza e, in questo senso, Buddhismo e scienza possono integrarsi reciprocamente.

Come la comprensione di cosa sia la mente secondo la presentazione buddhista aiuta a raggiungere tale obiettivo congiunto? Quali sono le sue applicazioni? Comprendere che l’attività mentale si riferisce all’esperienza individuale e soggettiva di ciascuna persona ci consente, ad esempio, di riconoscere e rispettare il punto di vista di ciascuna persona in una disputa. Comprendere le componenti che costituiscono un momento della nostra esperienza soggettiva ci consente di destrutturare quel momento. Questo, a sua volta, ci consente di identificare quali componenti sono difettose, mancanti o problematiche quando stiamo vivendo turbamenti mentali o emotivi. Tali metodi di destrutturazione ci aiutano anche a capire cosa stanno vivendo gli altri e a interagire con loro in modo compassionevole.

Comprendere che ciascun componente che crea un momento della nostra esperienza cambia in ogni momento successivo, che ognuno di essi cambia a un ritmo diverso e che alcuni di essi sono presenti in ogni momento e altri sono opzionali e possono essere sostituiti ci consente di superare i cattivi umori. Comprendere che, indipendentemente dal contenuto della nostra attività mentale momento per momento, le caratteristiche che definiscono l’attività sono semplice (mero), chiarezza e consapevolezza di qualcosa che rimangono costanti ci consente, da una parte, di non lasciarci coinvolgere nel contenuto dei nostri pensieri, sentimenti o percezioni sensoriali e, dall’altra parte, di gestirli in modo calmo e responsabile con equanimità, compassione e saggezza. Pertanto, comprendere cosa il Buddhismo intende per “mente” può essere di grande beneficio.

Per ulteriori approfondimenti sulla mente nel Buddhismo: Study Buddhism

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